mercoledì 19 maggio 2010

Sulla strada. Elogio dei compagni di viaggio

Ai miei occhi, le persone che mi capita (e che mi sforzo) di conoscere in viaggio, risultano sempre individui interessanti, che catturano totalmente la mia attenzione, nel bene e nel male.
Sono di gran lunga le persone più affascinanti nel mio immaginario sociale, in quanto le più misteriose.
Tant'è vero che, qualunque fosse l'accezione del viaggio, ricordo di aver avuto dai miei incontri "in itinere" emozioni forti, anche se non di rado discordanti. Una vacanza, ma persino un semplice spostamento in treno o con altro mezzo pubblico per motivi lavorativi, possono essere forieri di spunti e di sensazioni.

Il compagno di viaggio, poi, è un individuo dalla definizione mutevole, cangiante: il significato rimane valido e identico sia che mi riferisca a qualcuno con cui ho condiviso un tratto di strada a piedi in una comune direzione,
o qualcuno che frequento abitualmente, perfino quotidinamente, la cui conoscenza si è tramutata in condivisione di un'intensa esperienza mirata ad acquisire conoscenza.
Il viaggio di esplorazione e di scoperta, può consistere anche di una sola ora insieme, trascorsa in luogo insolito, non comune alla nostra sfera percettiva e sensoriale.
Il viaggio, scriveva infatti Mario Soldati, non è soltanto un fatto, ma "un sentimento".

Tra i compagni di viaggio che più mi hanno colpito e di cui tante volte, specie di notte, sento la mancanza, ci sono alcuni amici di vecchia data, che malinconicamente rimpiango. Ci sono poi non poche delle mie amanti perdute, ovvio. Alcune persone della mia famiglia (non i parenti stretti che, naturalmente, sono coartefici del mio viaggio e non soltanto vicini di posto). Qualche volta mi sovvengono perfino dei colleghi di lavoro che ho fatto in tempo, stranamente, ad apprezzare. E che ricordo con stima e un po' di sano affetto.
Poi però, di tanto in tanto ma non così di rado, fanno capolino nel club dei miei spettri notturni, avventori dello stesso locale in cui mi sono trattenuto a bere qualche cocktail più del solito, persone che occupavano i sedili accanto al mio nei treni e negli aerei con i quali ho parlato apertamente ricevendo lo stesso trattamento di favore (mai una volta che fosse successo con un individuo che si collocava dietro a una cattedra..)
Qualcuno era un autentico filosofo con cui ho desiderato di scrivere a quattro mani, sulla scia di Marx ed Engels, un nuovo manifesto per il risveglio delle coscienze dei popoli oppressi !
A volte mi tornano alla mente delle ragazze affascinanti, dei miraggi come oasi nel deserto, che si trovavano poco distante da me, all'altra estremità del bancone di un bar e che ho abbordato con successo, ma senza poi rivederle e risentirle mai più. Chissà perchè, al contrario, quelle donne, pur sensualissime, che vedo invece fare shopping nelle boutique griffate, entrare e uscire dai centri estetici sempre in tiro come fosse ogni giorno quello buono per morire, non mi hanno mai impressionato fino a farmele sognare di notte.  
Mentre invece qualche volta ricordo di aver banalmente sognato, per quale motivo non saprei, alcune splendide, incontaminate, eppur evanescenti, persone viste di passaggio, anche se ad esse la mia sfera razionale avrà dedicato al massimo 60 secondi d'attenzione.
Tuttavia, quante infatuazioni per loro. La gioia di aver goduto, per una pura casualità spazio-temporale che m'aveva permesso di trovarmele di fronte, della loro presenza, lasciava subito il passo a una struggente ma impalbabile nostalgia.
Una stridente alternanza tra un piacere di durata microspica, infinitesimale, ed un senso di perdita altrettanto rapido, instantaneo, ineffabile.
Fingendo per pochi minuti, o per qualche giorno e ancora di tanto in tanto gioendone al ricordo a distanza d'anni, di aver ordito la trama d'una avventura passionale, una tresca, in qualche squallido ostello, preceduta da chiacchierate a ruota libera in un locale fumoso e malfamato. Ma anche immaginando soddisfacenti riscontri e condivisioni di pensiero relativi alle mie opinioni, le convinzioni e gli stati d'animo. Insomma, il canovaccio, fittizio, di potenziali infiniti ricordi da serbare finché morte non ci separi.

Ho vissuto fin qui 33 anni, senza poter sapere per quanto tempo mi è ancora dato vivere, analizzando, sviscerando, in maniera articolata, puntigliosa e cervellotica, i miei incontri e i miei rapporti con altri esseri umani. Quanti inutili affanni !! Quanto spreco di energie, ma quanta voglia di sapere, di scoprire, di conoscerli, questi altri che abitano il pianeta e che ho incrociato lungo le stresse strade su cui passavo.
Adesso, che dopo lunghi e tormentati tragitti, la mia identita è formata, anzi di più, affermata, attraverso il confronto e persino lo scontro aspro, con questi altri passanti intercettati lungo la via, percepisco una prepotente e perentoria esigenza di raccontare il mondo che mi circonda e descrivere le persone che ho incontrato lungo il mio cammino.
 

Ma, cari lettori, vi avverto che l'economio non va riservato a chi ha deciso di raccontare, bensì a chi ha accompagnato, nei suoi passi insicuri e frettolosi, pieni d'orgoglio e strascinati, il narratore.

GLOSSA

A margine di questo post consiglio vivamente di ascoltare, leggendone i versi con moltissima attenzione, la canzone "Les passantes", scritta dal cantautore francese Georges Brassens, tradotta e cantata in italiano da Fabrizio De André con il titolo "Le passanti".

mercoledì 5 agosto 2009

Qualcosa che ho scoperto viaggiando: la passione del flamenco




Nel 1979 il cantante di origini gitane Camarón de la Isla dedicò un disco alla memoria del poeta andaluso Federico García Lorca, disco che prende il titolo per l'appunto da un poema di Lorca intitolato "La leyenda del tiempo".

Il video che ho scelto è il primo singolo di questo strepitoso album, che avrebbe cambiato per sempre il modo di concepire il flamenco in epoca contemporanea e anche a sdoganare all'estero questo genere da tutti i pregiudizi che ancora non di rado si attira contro.
Il testo di un poeta di eccezionale forza lirica ed evocativa, combinato alla straordinaria voce di Camarón, ha reso questa canzone emozionante e visionaria una leggenda essa stessa, quasi che il titolo ne potesse preludere il destino.

Il disco sancì anche per la prima volta la collaborazione con Camarón del chitarrista Tomatito, altro osannato interprete della musica flamenca tradizionale, che tuttavia nella canzone scelta si svela contaminata con il rock progressive, che in quegli anni s'imponeva sulla scena internazionale, a dimostrazione della capacità del genere di rinnovarsi (mentre su un altro fronte un altro celebre chitarrista, Paco de Lucía, sperimentava il cross-over tra flamenco e jazz).

Buon ascolto ! Che vi sia propiziatorio a un viaggio in Andalusia !

venerdì 24 luglio 2009

Itaca

La fiesta de bienvenido che ero in procinto di organizzare nei giardini del rigoglioso Parque de Maria Luisa poco più di anno fa, dopo essermi trasferito nel mese di marzo -mentre fervevano i preparativi per lo spettacolare rito collettivo della Semana Santa- nella preciosa y encantadora Siviglia, ma che non feci mai, è il simbolo più evidente di una necessità inconscia e intrinseca di proseguire la mia peregrinazione (nella foto un paso, cioè una delle varie processioni religiose molte delle quali celebrate in ore notturne, lungo la via principale del centro cittadino, Avenida de la Constitución).

Sinceramente, appena preso atto dell'insuccesso dei miei progetti lavorativi e sentimentali e dopo per diversi mesi ancora, mi ostinavo a pensare che questo momento di rottura fosse la naturale conclusione del mio personale cammino di esplorazione del mondo. Presi a ispirazione un racconto del poeta spagnolo Manuel Machado, incluso nella sua antologia di scritti dedicati alla capitale andalusa, Cualquier dia en Sevilla: quello nel quale mi immedesimai aveva un triste epilogo in cui lo scrittore commentava la decisione di un uomo, stanco di subire soprusi dal proprio datore di lavoro, di andare a cercare fortuna altrove. L'allontanamento da Siviglia del personaggio era accompagnato da parole lapidarie di Machado, un epitaffio che sembrava scritto apposta per me: non sapeva la pazzia che stava facendo andandosene per sempre da Siviglia.

Questa meraviglia di città,
alla quale gli antichi diedero il nome anch'esso languido e seduttore, di Sibilia (i romani la chiamavano Hispalis, quasi che essa simboleggiasse con la sua bellezza tutta la penisola iberica), mi aveva stregato. Siviglia è in effetti un crocevia tra est e ovest, tra nord e sud, un ponte che collega Europa ad Africa e America e dove giungono attaverso il Meditteraneo anche i sentori del vicino Oriente. Un luogo che ti inebria con i suoi profumi di fiori d'arancio, di incenso, di limoni, un tempio alchemico e una strada affollata di gente, un amalgama di sacro e profano, un posto che quando esci di notte non sai davvero cosa può succederti e dove e con chi finirai la serata.

Siviglia tiene todo, mi disse Josè Luis, detto Selu, un coetaneo -che per l'unico ed esclusivo privilegio di esserci nato, a Siviglia, ne aveva viste chissà quante più di me-; quando una città ti offre tanto te enseña a ser paciente: suggellò così la sua ode smisurata a la sua ciudad ideal.
Aggiungo ora che in un posto del genere ho appreso pure, per la prima volta, a compartir y a respetar a los demás. Quando si vive in un contesto in cui è invece un numero ridotto di persone a disporre del poco che si ha, in cui il divertimento è concepito per soddisfare gruppi ristretti mentre agli altri viene non dico negato ma deliberatamente limitato, risulta chiaro come la tendenza a condividere e a rispettare venga spesso meno.
Mentre chi ha vissuto a Siviglia sa che, pur se la sfortuna può accanirsi contro di te, anche se le cose sembrano essere tragiche e ti senti sconfitto, prima o poi ti capiterà sicuramente qualcosa di bello. Malgrado ciò, non potevo permettermi di rimanere oltre senza un lavoro fisso. Gli eccessi notturni, d'altronde, sono inversamente proporzionali agli impegni lavorativi. E altri problemi mai risolti mi aspettavano da tempo in Italia. Con un atto di estremo raziocinio e di forza su me stesso, trovai il coraggio per separarmi da Siviglia.

Accettai pure, passivamente, la diagnosi di Machado, che ai miei occhi risultava un'accusa schiacciante di masochismo e mi persuasi che il mio viaggio, interrotto bruscamente, non sarebbe mai più ripreso (anche se mi consolava almeno il pensiero sottaciuto che a Madrid e Barcellona intravedevo ancora delle strade aperte per me). La cerimonia di congedo, la sera prima della ripartenza per Roma, si consacrò in compagnia di due amici decisamente simpatici in un tipico ristorante sivigliano del barrio de Triana -un quartiere popolare che a molti ricorda Trastevere-, il Sol y Sombra, dove non mi trattenni dal mangiare carne di toro, frittura di pesce e altre prelibatezze della cucina locale, consapevole che non avrei mai più calcato las calles sevillanas come abitante del luogo, se non, nel futuro, regredendo al rango di turista.
Il ritorno mi avrebbe infatti ricondotto, volente o nolente, verso "casa".

Ma il seguito della storia non è affatto andato come previsto: il tragitto di ritorno, che pensavo condurmi a una sorta di prigione dorata, mi ha riportato al contrario in una realtà che conoscevo già, ma in cui mi sono calato come uno speleologo in un dedalo di caverne, equipaggiato di una luce interiore che ne illuminava per la prima volta gli anfratti più oscuri, fino ad allora rimasti in penombra, penetrandone le viscere che d'improvviso, tutto d'un colpo, distinguevo nitidamente con uno sguardo rapido e incisivo. Non è stato andandomene, ma solo tornando, che ho finalmente capito da dove venissi. Vengo infatti dalla valle di Terni, in Umbria: anch'essa a suo tempo fu decantata da grandi viaggiatori, i giovani benestanti e colti nordeuropei che affrontavano l'avventura romantica del Grand Tour a scopo formativo. Un animo sensibile come quello di Lord Byron riconobbe la terra in cui sono cresciuto come il perduto paradiso terrestre. Anche le persone a cui ho voluto farla conoscere sono rimaste impressionate dall'amenità dei suoi paesaggi, dalla semplicità e ospitalità della sua gente, dalla bellezza inaudita dei suoi boschi, verdi brillanti come smeraldi. Oggi è un luogo senza connotati precisi, una comunità di persone dall'identità incerta, che si muove smarrita e incapace di ascoltare i consigli degli adulti, come un bambino che si è perso nelle strade di una metropoli, in mezzo al traffico di mezzi moderni e a sciami di persone che si muovono a una velocità più elevata. Un relitto immerso in una baraonda di rumori contemporanei che attutiscono, anzi coprono, i deboli echi che ancora si possono udire negli anfratti reconditi delle campagne, gelosi custodi degli splendori del passato (nella foto: la Cascata delle Marmore, nelle vicinanze di Terni).


Non mi ritengo incapace di vivere secondo i frenetici ritmi occidentali imposti dal progresso tecnologico, che anzi sfrutto per comunicare, pertanto non poteva certo stordirmi tornare a Terni. Soprattutto dopo aver metabolizzato le forti sensazioni accumulate viaggiando, compresi i precedenti soggiorni, brevi ma intensi, in un campus multietnico sulla costa del Galles e nella Babilionia londinese che attraversavo passando per Victoria Station, Trafalguar Square, Piccadilly Circus e Regent Street fino a Soho.
Semmai avrebbe potuto anestetizzarmi, e purtroppo così è stato in effetti.
Non sono stato subito capace di guardare con occhio distaccato il carrozzone bislacco della mia città...un posto in cui quando esco un pomeriggio qualunque per fare una camminata, passeggiando da piazza Tacito per il Corso fino a piazza Europa e poi in via Roma vedo un'altissima percentuale della popolazione di tutte le razze e i colori -moltissimi dell'Europa dell'est, altrettanti del nord Africa, indiani ed altri asiatici e non pochi sudamericani-, mentre quando la sera vado con gli amici di sempre nella zona dei locali notturni, dei suddetti extracomunitari non ne vedo, lo giuro, neanche l'ombra.


A Siviglia, il quartiere Alfalfa, comunemente detto el barrio de los giris o più sinteticamente Girilandia (giri=stranieri) è con molta probabilità uno dei quartieri più belli della città insieme al barrio de Santa Cruz, a la Macarena e a Triana, in più sentendo le persone che ho frequentato (e anche nella mia opinione per quanto possa contare) quello che si contende con la Alameda e El Arenal la palma di zona più divertente della città. Ritornato dal mio lungo viaggio, mi chiesi finalmente per la prima volta perchè tanta differenza, perchè in Italia vedevo ancora tanta ghettizzazione e non soltanto nella remota provincia umbra, perchè ciò che lì è normalità qui è del tutto irrealizzabile se non proprio inconcepibile. Poco a poco, però, correvo il rischio di assuefarmi nuovamente al clima soporifero e un pò ipocrita e mistificatore di Terni, percependo inoltre che mi andavo dimenticando di queste ed altre sensazioni che mi avevano procurato tanta euforia da farmi sentire felice più che mai lontano dall' "opprimente borgo natio", parafrasando l'immenso Giacomo Leopardi.

Ma per effetto di questi ed altri divari -tanto evidenti, anzi così macroscopici da non poter non essere osservati-, gradualmente, come nei processi ottici attraverso cui l'occhio si abitua al buio e riesce poi a squarciare il velo delle tenebre, è riafforata in me la vista acuta e penetrante che permette di mettere a fuoco gli oggetti lontani: è stato come avere indossato degli occhiali, che a differenza di quelli resi famosi da Kant che secondo il filosofo tedesco non lasciano che ogni individuo osservi la realtà pura, ma solo una sua rappresentazione distorta perchè influenzata dalla nostra sensibilità (la vista è un senso), mi hanno permesso di vedere le cose distanti migliaia di chilometri, quindi reali ma non visibili a occhio nudo, oggettive e al tempo stesso non soggette al rischio, connesso alle disfunzioni sensoriali, di vedere miraggi.

La percezione del lontano, del recondito, è la volontà di rimettersi in marcia. Quando un alpinista riprende la propria ascesa, mira verso il traguardo che si è imposto: così è successo a me. Non voglio dire che si sia trattato di un'esigenza consapevolmente maturata, ma piuttosto di un involontario, benchè del tutto inderogabile, bisogno di proseguire il periplo in cui mi ero avventurato. Oppure è bastato un momentario lampo di ragione a rischiare l'oceano tempestoso di stimoli irrazionali in cui mi ero tuffato due estati fa, nuotando prima con vigore e poi annaspando con disperazione alla ricerca di un appiglio, un porto sicuro.

In ogni caso, la voglia e l'entusiasmo di ripartire deve derivare in qualche modo dal fatto che per tornare non ho semplicemente compiuto uno spostamento inverso a quello di andata: per percorrere l'identica distanza in direzione contraria, infatti, ho anche attraversato la dimensione temporale, non soltanto quella spaziale come siamo ingenuamente portati a credere.
La teoria della relatività di Einstein ha svelato all'umanità incredula e paurosa dell'ignoto, l'inscindibilità di spazio e tempo, che rende impossibile fare ritorno esattamente allo stesso punto con le stesse caratteristiche biologiche che ci contraddstinguevano nell'attimo in cui siamo partiti. Così, mi permetto di aggiungere io senza spiegarlo scientificamente dal momento che non ho le competenze adatte, il nostro luogo di partenza -pur mantenendo le stesse coordinate geografiche- di certo non conserverà mai le medesime peculiarità ambientali, sociali e culturali di origine.
Così che fare rientro in un luogo non implica smettere di viaggiare, né tantomeno può significare -anche solo allegoricamente-, ritornare indietro nel tempo. In ogni caso, infatti, a prescindere dalla traiettoria che seguiamo, ci spostiamo in avanti nella linea dello spazio-tempo.

L'Odissea a cui mi riferisco a riguardo del mio percorso individuale, peraltro, non può essere interpretata alla stregua di un qualunque altro viaggio: è un moto perpetuo non solo del corpo, altresì e soprattutto della coscienza e dell'inconscio, una scalata a una montagna interiore di cui non riesco a vedere la vetta. Il traguardo è una perfetta percezione e comprensione di sé, degli altri, del cosmo e della vita: una cima, dunque, che non potrà mai essere raggiunta, ma che vale comunque la pena cercare di conquistare.

Ma al di là della meta finale che non può che rimanere misteriosa (non a caso l'etimologia di destinazione è la stessa di destino, e anche di ostinazione e fissazione, attività pericolose che non si sa dove conducano), intendo spiegare come concepisco il viaggio di ritorno.
Quando si parte per un posto dove non si è mai stati, si guarda alla mappa, ma quando si parte per ritornare al luogo da cui si proviene si guarda allo specchio. Mi sembra dunque svelato il senso più profondo: è un viaggio innanzitutto nella propria interiorità. Anche Bruce Chatwin affermò che per riflettere gli era necessario muoversi: "pensare camminando". Così viaggiando a ritroso esploriamo l'ignoto dentro noi stessi e gli abissi delle coscienze altrui. Non ci serve bussola perché nei posti a noi noti possiamo affidarci al senso dell'orientamento maturato con l'esperienza. La fiaccola che rischiarerà il sentiero è l'intelletto che abbiamo sviluppato attraverso il confronto con gli altri. Nel viaggio di ritorno in definitiva non è essenziale -anche se non si può escludere a priori- un territorio da perlustrare i cui confini siano delimitati dalla rappresentazione su una carta geografica, né una meta vagheggiata da tempo che finalmente ci apprestiamo a visitare.
Unica condizione che vedo irrinunciabile è chiedersi "perchè stiamo tornando?" e una volta tornati "che ci faccio qui"?
(Italo Calvino, "Le città invisibili": Di una città non si godono le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda).

Il periodo che ho trascorso forzatamente nei luoghi della mia infanzia mi è servito allora per capire che si viaggia anche rinchiusi in una stanza. Ogni atomo che mi circonda è terreno adatto alle mie ricognizioni e d'altronde è evidente come la visione ravvicinata delle cose sia, da un punto di vista strettamente fisico, un viaggio nel microcosmo. Dunque anche la permanenza in un posto conosciuto può essere vissuta esplorando, alla ricerca. Inoltre, una volta fatto ritorno a casa, si può decidere con cognizione di causa se fermarsi o ripartire. Di nuovo mi viene in mente l'Ulisse errabondo che compare nella Divina Commedia, per nulla appagato dell'approdo a Itaca dopo mille peripezie; al contrario, Dante lo descrive talmente smanioso di conoscenza da riuscire a convincere i suoi compagni di ventura a rimettersi in mare nonostante l'età avanzata (nella foto, La nave di Ulisse, affresco proveniente da Pompei, oggi al British Museum di Londra).




Non sarà allora casualità forse - ne trovo avvisaglie senza dovermi sforzare di cercarle - che l'ultima meta del mondo conosciuto avvistata da Ulisse prima di oltrepassare le colonne d'Ercole fosse proprio Sibilia/Siviglia, la tappa che ha preceduto il mio ritorno a Terni (idealmente la mia Itaca). Chi oltrepassa Siviglia, che per tanti aspetti rappresenta i confini dell'Europa e per secoli è stata considerata ultimo baluardo della civiltà, non può tornare indietro.

Quindi ho trovato il segreto per non smettere di viaggiare ! Oppure il segreto sta nel non accontentarsi mai di ciò che si è visto con i propri occhi, non fermarsi alle apparenze, non pensare che il mondo finisca nel posto più lontano che è dato raggiungere durante una giornata lavorativa i cui obblighi ti costringono a fare rientro nel raggio d'azione consueto che è soltanto di qualche centinaia di kilometri al massimo (nella migliore delle ipotesi). Il viaggio è bramosia, ossessione, sublimazione e catarsi. Il che a mio giudizio non significa amare la solitudine e rifuggere dai legami, ma piuttosto è propensione innata alla varietà e per i rapporti liberi da vincoli, apertura all'estraneo, passione per la vita (Hermann Hesse, "Il vagabondo": Noi viandanti siamo tutti così. La nostra smania di vagabondaggio e di vita errabonda è in gran parte amore, erotismo).




Il mio ritorno a casa, in definitiva, non lo interpreto più come il termine del cammino: il viaggio della vita, una volta intrapreso, non si interrompe mai, nemmeno riprendendo abitudini di vita stanziale.

I gitani spagnoli, ormai stabilitisi da secoli nella penisola iberica, rimangono infatti pur sempre nomadi, nei costumi e nell'animo. Sono proprio i gitani spagnoli che, per riprendere le parole della lucida analisi di Hesse, con la loro "smania di vita errabonda" hanno dato vita alla forma più estremizzata e compulsiva di messinscena della passione amorosa ed erotica -in musica, canto e ballo- che è conosciuta universalmente con il nome di flamenco. Chiunque viva, comprenda e apprezzi nel profondo l'arte del flamenco non per questo è di conseguenza immune dal sentire legami di sentimento; anzi, ho potuto provare sulla mia pelle che li vive, molto probabilmente, con intensità assai maggiore degli altri. Gioendo più del normale quando questi sentimenti procurano piacere e drammatizzando in maniera eccessiva quando sopravanzano i dubbi e le paure che per loro natura le relazioni umane tra individui appartenenti a mondi diversi, inevitabilmente, attirano.
Gli incontri che feci a Siviglia sono stati un'autentica rivelazione. Sono assolutamente sicuro che in tutta la mia vita non provai mai tanta eccitazione euristica come quando feci la scoperta del bar dove, come cliente, conobbi la donna di cui mi innamorai, e dove esattamente un anno dopo mi ritrovai a lavorare come cameriere. La voglia di concedersi si amplifica e diventa esponenziale quando di fronte ci si ritrova un altro essere umano che si concede apertamente, senza nessun pregiudizio. Davanti a chi si fa di me un'idea preconcetta, o a chi non se la vuole fare per niente, io non avanzerò invece di un centimetro mantenendo la stessa identica distanza che egli assume. I ponti uniscono due rive, e si costruiscono gettando le fondamenta da entrambe le sponde.

Ogni persona che voglia viaggiare su questo ponte immaginario, il che non implica che mi accompagni e mi stia vicino fisicamente, sarà ben accetto. Ma non è detto che i nuovi compagni e compagne di viaggio che incontrerò lungo il cammino rimangano soddisfatti della compagnia: presto o tardi so già che perderò grandissima parte di loro. Qualcuno potrò decidere di tentare di rivederlo, di altri conserverò solo il ricordo, bello o brutto che sia. In generale, chi vorrà viaggiare con me, basterà che mi dia un appuntamento e se per raggiungere il posto prestabilito tutti e due avremo viaggiato, in senso reale e/o metaforico, allora sarà come aver fatto una parte di viaggio insieme.

Il mio cammino, in ogni caso, proseguirà anche se rimarrò da solo a percorrerlo.

P.S. Questo post è dedicato a tutti coloro che ho conosciuto a Siviglia. Adiós, chicos.




"Viaggiatori" citati:
George Byron
Giacomo Leopardi
Immanuel Kant
Albert Einstein
Italo Calvino
Popolo Gitano
Hermann Hesse





sabato 6 ottobre 2007

Addenda a "Il viaggio della vita"




Anche se non è con due settimane "reali", bensì con due anni di ritardo...
ma il tempo di chi viaggia è relativo... questa che potete ascoltare nel video è la canzone che avrei voluto accompagnasse la lettura de "Il viaggio della vita",
perchè il Fiddler Jones di Edgar Lee Masters (libro: Antologia di Spoon River) e il Suonatore Jones di Fabrizio De André (disco: Non al denaro, non all'amore, né al cielo)
rappresentano uno splendido archetipo dell'esploratore del senso della vita
che intendo descrivere in queste pagine...
esattamente come vorrei essere io:
Dov'è Jones il suonatore
che fu sorpreso dai suoi novant'anni
e con la vita avrebbe ancora giocato.
Lui che offrì la faccia al vento
la gola al vino e mai un pensiero
non al denaro, non all'amore né al cielo.
Lui sì sembra di sentirlo
cianciare ancora delle porcate
mangiate in strada nelle ore sbagliate
sembra di sentirlo ancora
dire al mercante di liquore
"Tu che lo vendi cosa ti compri di migliore?"


Un ringraziamento per gli incoraggiamenti e i consigli ricevuti dopo la lettura del primo post. Mi auguro che siano utili non tanto per migliorare lo stile della scrittura, piuttosto per apprendere a vivere intensamente, al meglio delle mie possibilità e anche oltre i limiti e gli ostacoli che troppo spesso supponiamo -a torto- di non poter mai superare (questo, per rispondere a Monica, lo considero un diritto verso noi stessi, quello di pensare che possiamo fare di più, ma in quanto condizione non necessaria alla vita non può essere ritenuto un dovere).

Saprò dirvi nel resto del viaggio che mi attende.
Ci vediamo, prima o poi !

sabato 29 settembre 2007

Il viaggio della vita

Più d'una volta sono stato assalito e sorpreso dal terribile sospetto che il mio rocambolesco viaggio forzato, la mia "little Odissey", ebbe inizio fatalmente durante un viaggio, elemento non poi così ricorrente nella mia vita fino ai trent'anni, percorrendo -in compagnia di una persona a cui ero legato sentimentalmente- le incantate vie senza tempo della fiabesca Romantischestrasse, nella Baviera meridionale (nella foto, Castello di Neuschwanstein).


Stavo vivendo, in stridente antinomia rispetto a quel che sarebbe accaduto, ma in perfetta analogia con le peripezie del "figlio di Laerte, l'accorto Odisseo" (Omero, Iliade, libro III), un momento di gioia e di quiete domestica, in cui pensavo di stringere tra le mani il segreto della felicità, mentre a mia insaputa si consumava un mutamento emotivo e fisiologico che, in seguito, sfuggì completamente ad ogni mia puerile velleità di controllo. La mia ragazza, la mia piccola dolce compagna di quella vacanza desiderata e consumata in allegria, con autentica avidità di piacere, di golosità, di passione carnale e intellettiva, un anno dopo avrebbe radicalmente sconvolto lo scenario attorno a me. Prima avrebbe scoperto, rimanendone lì per lì frastornata, di essere attratta da una sua amica e compagna di studi, quindi realizzò di amarla e di voler avere una storia con lei.
La nostra relazione, il nostro sincero, tenero e tenacissimo legame, la nostra intesa, il nostro intenso rapporto intimo, si sarebbe spezzato per sempre a causa di quel che provava per l'altra persona. Non ho mai più saputo ciò che pensasse di me. Non ho mai più saputo ciò che pensasse di sè stessa. Non ho mai più voluto sapere ciò che avremmo potuto essere, noi due, dopo quella rottura.
Non le ho mai detto, me ne pento e me ne rammarico di non averlo fatto: "sono certo, o perlomeno mi piace pensare, che tu sia felice".

Trattandosi per l'appunto di una metamorfosi, per sua natura irreversibile, essa escludeva implicitamente la possibilità di ritorno della mia esistenza all'identico stato primordiale
(Antoine-Laurent de Lavoisier: Nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma).
Tuttavia, queste vicissitudini potrebbero aver avuto una loro origine in precedenza, molto tempo prima rispetto a quei fatti che ebbero un accenno d'inizio in terra tedesca. Un lunghissimo, avventuroso viaggio, iniziato in un altro tempo.
E altrove. Non saprei dire nè quando nè dove. Un fenomeno, allora, senza una direttrice spazio-temporale precisa. Oppure, per passare dalla fisica alla psicologia, una manifestazione intangibile esteriormente, priva di una plausibile connotazione diagnostica e pertanto non sottoponibile ad alcuna efficace terapia.

I concetti di tempo e spazio, d'altro canto, non hanno fondamentale importanza - o meglio ne possono avere anche in misura eccezionale, ma non è condizione essenziale - se applicati al soggetto di questo post, il "viaggio della vita", che bisogna subito distinguere dal viaggio canonico, tradizionalmente associato a concetti geografici e antropologici, e descrivibile attraverso parametri culturali predefiniti: non a caso ognuno di noi può discernere l'argomento di cui tratto, e pervenire autonomamente a una sua definizione di "viaggio".
Tutti i lettori capiranno ciò di cui sto parlando, e molti di loro saranno anche talmente colti e raffinati da stabilire una differenziazione tra viaggio e "spostamento" o "vacanza".
In ogni caso chiunque può associare a un determinato tipo di vicend
a, esperita in prima persona, i requisiti che appartengono all'ampia categoria di significati racchiusa nel vocabolo "viaggio".

Tuttavia l'esperienza che voglio raccontare è un tipo di viaggio perdurante nel tempo, così che per comodità e per chiarezza gli ho attribuito appunto l'appellativo di "della vita".
Al momento, però, non saprei come descrivere la mia idea di "viaggio della vita": non mi sento in grado di nè di fornire nè di costituire io stesso un modello di riferimento; indicare prototipi illustri vissuti nel passato potrebbe risultare fuorviante; in più, non posso definirlo teoricamente, dal momento che non ho inventato una terminologia per semplificare un pensiero "forte", sorretto da un sistema filosofico di valori morali o di altra origine; non esiste alcun "ismo" derivato da questo approccio "errabondo" alla vita. Non padroneggio gli strumenti della filosofia per permettermi di definire quello che penso e che provo. Espongo soltanto alcune idee, anche disordinatamente, su come mi piace vivere e intendo la vita.
Infine, ho realizzato che potevo forse elaborare un metodo pragmatico, individuando prima tracce materiali altrimenti di difficile riconoscimento, per poi cimentarmi nell'ardua impresa di distinguere ciò di cui ho cognizione da altri percorsi di introspezione psicologica ed esperienze di auto-analisi, fatte in casa o sulla scia di dottrine strutturate.
Spero davvero di riuscirci ma ne dubito così come si può dubitare seriamente che a qualcuno interessino queste divagazioni.

Comunque sia, la mia titubanza si deve di sicuro al fatto che ho preso coscienza tardi di stare viaggiando pur senza muovermi, per cui prima di elaborare dei criteri scientifici applicabili da chiunque altro, non nascondo che avrei una certa premura di individuare in che direzione sto andando io per primo.
Oppure, cercherò di essere più sincero e più poetico, utilizzo tale espediente perché in questo modo l'incognita che mi riservo preservarà la freschezza e spontaneità delle mie parole e non renderà arido qualcosa che vibra forte dentro di me: una sensazione di grazia e leggerezza che voglio proteggere. D'altronde il pretesto per creare questo blog sono gli spunti di riflessione che sto condividendo con una persona per cui provo dei sentimenti che non voglio analizzare chirurgicamente, ma sentirli dentro lasciando che maturino, aumentino d'intensità, si affievoliscano, insomma che "viaggino" e vivano di vita propria giorno dopo giorno.

"So soltanto di non sapere", diceva Socrate, e io credo fermamente che non saprò mai quando e come terminerà il mio viaggio: a molte persone sembra che a un certo punto della propria esistenza sia dato scegliere se vivere costruendo le fondamenta delle proprie relazioni umane e affettive utilizzando punti fermi e certezze che supponiamo di avere sempre a nostra disposizione; i
n eterno, come se fossimo noi per primi immortali.
Altri -una ristretta minoranza- credono che si possa vivere costantemente alla ricerca, senza contare su nient'altro che su sè stessi, consapevoli che invece nulla dura all'infinito, niente resta uguale a com'era in principio.
(Eraclito, "Panta rei": Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell'impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va).

In queste persone suppongo che si verifichi di frequente un meccanismo abbastanza semplice da spiegare che li spinge a "viaggiare": sono profondamente convinto, infatti, che si intraprende il "viaggio della vita" per mancanza endemica di punti di riferimento, oppure perché dei punti di riferimento che si avevano si è dovuto, voluto e potuto farne a meno. A ben pensarci, si indica spesso, nel linguaggio comune, un "viaggiatore" come una persona in fuga: se ne parla come di colui che "è fuggito via", "scappato da tutti", ecc.
Ma un'assenza di punti di riferimento a volte - anzi sono portato a credere in ogni caso - è l'unico modo che si ha
per ultimare il processo di modellazione delle nostre personalità, ergo per scoprire la propria vera identità.
Se poi, per giunta, si scopre di possedere una personalità ambigua, contraddittoria, bipolare, semplice e complessa al tempo stesso, spontanea e stratificata, istintuale e primitiva ma sui cui si è sedimentata una consapevolezza di tipo empirico, non mi sembra po
ssibile potersi accontentare di avere un sistema inalterabile di punti di riferimento.
Dunque, il viaggiatore non è affatto un fuggitivo, ma è in senso diametralmente opposto, un ricercatore "aperto" a tutti (anzichè orientato a conquistare l'amicizia e l'amore di qualcuno in particolare), perchè non ha bisogno di affidare a uno specifico interlocutore il ruolo di termine di paragone: conosce sé medesimo, sa che in ogni angolo del mondo può trovare situazioni che lo soddisfino, persone con cui realizzare scambi, occasioni di vita.

Il vero viaggiatore, per l'esattezza, è colui che si adatta a qualsiasi struttura sociale che lo ospita, che fa suo il modo di vivere e le abitudini degli abitanti del luogo, che non "visita" ma piuttosto "vive" ogni posto dove si reca, senza cambiare interiormente.
Paul Gauguin si era perfettamente ambientato e aveva trovato linfa vitale per la sua arte immergendosi nella società cattolica, tradizionalista e fondamentalmente bigotta della Bretagna, e poi è andato a stabilirsi nelle isole delle Polinesia, agli antipodi geografici e culturali del microcosmo bretone, dove ha saputo relazionarsi con uomini e donne totalmente scevri da tabù sessuali, che conducevano una vita a stretto contatto con l'ambiente naturale circostante, individuando grazie al confronto con loro nuovi spunti di riflessione tematici ed estetici, ma rimanendo fedele a sé stesso: un artista ammirato dalla spontaneità primitiva, che fosse religiosa o pagana non faceva differenza per lui (nella foto, Femmes à Tahiti).






In definitiva, ritornado ai punti di riferimento su cui ci basiamo per valutare la nostra esistenza, pur conservandone alcuni su cui abbiamo modellato la nostra crescita (genitori, nonni, gli amici di infanzia e dell'adolescenza, i compagni di studio e i colleghi di lavoro, amanti, fidanzati, mariti e mogli) appare verosimile che questo tipo di persone cui appartengo anch'io produca da solo, inconsciamente o in piena consapevolezza, un vuoto attorno a sé.
Forse è il desiderio di vivere liberamente, senza vincoli se non per quanto riguarda la propria sussistenza, ovvero il lavoro o qualsiasi altra attività connessa c
on gli aspetti economici.
Ma perché, volontariamente, crei quest'assenza intorno al proprio essere non lo so per certo: ipotizzo per il bisogno endemico di rinnovare continuamente il sistema a cui ci rifeririamo. Rivolgersi sempre agli stessi modelli di riferimento può portarci infatti a voler conservare un sistema di valori condivisi.
Ci sono infatti molti esseri umani che si dichiarano apertamente conservatori.
La mia opinione è che il loro metodo per preservare lo status quo finora dominante sarà messo definitivamente in crisi quando gli spostamenti sulla Terra e poi nel Cosmo saranno talmente facilitati dalle tecnologie e resi accessibili, alla portata di chiunque, che non potranno più esercitare nessun tipo di influenza sulla popolazione posta sotto il loro controllo.
Gli "immobili", per contrapporli ai "viaggiatori", additano infatti coloro che compiono scelte contrarie alle convenzioni sociali di massa come individui che non sono in grado di apprezzare le cose che già hanno, che non sanno vedere i pregi ma solo i difetti di quel modello sociale, che non credono in nulla e pertanto abbandonano la loro "patria", "terra", "famiglia", "casa". Se si potesse usare il linguaggio dei bambini, direbbero a chi se ne va che è uno che non sa amare.
Questo credo che sia il più grande torto che si può fare a una persona che conduce il "viaggio della vita", il cui interesse sconfina sempre in ammirazione e in passione per il diverso, ma proprio per questo risulta evidente che il suo slancio emotivo sia destato da molti aspetti, da stimoli eterodossi, da modi di pensare e stili di vita differenti: i viaggiatori autentici, i pionieri dell'antichità come gli attuali esploratori, non ritengono mai di sottostimare ciò che hanno a portata di mano, che siano le bellezze del loro Paese o gli affetti delle persone che hanno accanto.
La peculiarità di un viaggiatore di questo genere è che vede del buono in tutto, semmai, proprio perché ha uno spirito critico assai sviluppato e una capacità di giudizio più analitica, individuando non soltanto i limiti e le carenze altrui, ma intravedendo anche maggiori qualità e riuscendo a intuire potenziali punti di forza laddove altri non riescono e vedono solo mancanze.

Si è già intrapreso un "viaggio della vita" quando non si ha una casa dove sentirsi a casa, quando non si hanno obblighi e debiti sentimentali verso nessuno, quando ogni momento è buono per dire "faccio le valigie e parto", quando il sabato sera vado dove voglio e non dove mi costringono ad andare, quando non devo giustificare le mie azioni e le mie omissioni, quando posso scegliere con chi uscire, con chi parlare, con chi mangiare e con chi fare l'amore, quando sono libero di decidere se e chi pregare la domenica o un altro giorno della settimana, cosa fare di giorno e cosa di notte, quando non mi sento in imbarazzo o peggio in torto a esprimere un pensiero senza paura di tradire una confessione religiosa, un partito politico, una disciplina scientifica o un codice deontologico professionale, quando vado a votare senza avere un foglietto con le indicazioni sulle preferenze, quando sono padrone del mio destino e non mi faccio più colpevolizzare, obbligare, ricattare moralmente, sfruttare intellettualmente, e sono così forte da non farmi travolgere dagli eventi, da resistere alle ingiustizie, al brutto, alla cattiveria, all'ipocrisia, al male di vivere, alla tentazione di isolarmi dal mondo, ai pur validissimi tentativi di convincermi a rimanere per lottare.

Ho capito di stare viaggiando quando le interferenze esterne e le scelte altrui non hanno più avuto alcuna ripercussione sulla mia condizione esistenziale, quando mi sono reso conto di essere diventato io l'unico artefice della mia serenità e felicità o l'unico responsabile dei miei insuccessi.

Il "viaggio della vita", come un viaggio che comporta uno spostamento di tipo geografico e un approccio di tipo antropologico, si intraprende allo scopo di esplorare e conoscere, per confrontarsi e contaminarsi.
Se poi è per fare ritorno alle proprie radici, cambiati in meglio, cresciuti e arricchiti culturalmente e interiormente (come l'Ulisse di Omero che viaggia per tornare a Itaca dove lo aspettano i suoi "punti fermi", rappresentati dal potere che vanta sui suoi sudditi e dagli affetti di Penelope e Telemaco, mentre quello di Dante, al contrario, riprende il suo viaggio), o all'esatto opposto per esigenza di recidere queste radici, seguendo una filosofia di vita zingaresca (consiglio la lettura di Bruce Chatwin,
L'alternativa nomade, in "Anatomia dell'irrequietezza"), anche in questo caso, non ho abbastanza elementi di valutazione per stabilire se una delle due premesse possa inquinare e compromettere lo spirito di questo percorso. Per quanto mi riguarda, continuerei ben volentieri a viaggiare fino all'ultimo dei miei giorni, sebbene proprio adesso sia tentato dalla decisione di fermarmi a vivere per il resto della vita in Andalusia, regione soleggiata, bagnata dal Mediterraneo e dall'Oceano Atlantico, ricca pure di montagne, di pueblos di campagna che sono dei piccoli gioielli di edilizia popolare e di città popolose piene di storia, di capolavori artistici e quel che più mi interessa, animate da un brulicare di gente allegra e socievole, disposta a divertirsi e a lasciarsi conoscere sempre e comunque (nella foto, la torre campanaria detta Giralda che svetta sopra la Cattedrale di Siviglia).





Mi conforta, quando penso di volermi fermare qui, il pensiero che il "viaggio della vita" non può essere delimitato, per fortuna, da confini terminologici e paletti contenutistici: esso esiste solo, infatti, per chi sa di starlo compiendo. L' esistenza del viandante è sempre alla ricerca, e non si può mai considerare conclusa, pienamente appagata, dal momento che chi deve riprendere il viaggio può avere una progettualità solamente a breve scadenza, ma mai obiettivi a lungo termine. Tranne, ovviamente, quello di acquisire una coscienza che può permettergli di condurre una vita più serena, priva di ansie e di paure per l'ignoto: niente più di questo. Le sue domande rimarranno infatti senza risposta, come quelle di qualsiasi altro essere umano, a prescindere che sia un individuo dalle vedute aperte o si tratti del più ottuso e retrogrado sulla faccia della Terra. L'unica sostanziale differenza tra i due sarà che il non trovare riposte non spaventerà più di tanto il primo, mentre finirà per atterrire il secondo.

Questo primo post è dedicato a tutti i viaggiatori della vita che ho avuto il piacere di conoscere personalmente e agli uomini e alle donne di passaggio in questa dimensione che prima di me hanno patito la discriminazione degli esseri umani per essersi sforzati di comprendere -a costo di gravi, irreparabili, perdite in termini di affetti e stima dei propri simili-, il senso del nostro breve transito nell'universo.

"Viaggiatori" citati:

Omero
Antoine-Laurent de Lavoisier
Socrate
Eraclito
Paul Gauguin
Ulisse
Dante Alighieri
Bruce Chatwin